In area critica, la vita è appesa a un filo di numeri. Parametri, suoni metallici, linee intermittenti sui monitor. Lavoriamo incessantemente per salvare i corpi e mantenere l’emodinamica dei nostri pazienti. Ma in questa lotta quotidiana, troppo spesso dimentichiamo di respirare noi stessi.
C’è un equilibrio molto più fragile e invisibile di quello pressorio, ed è l’equilibrio emotivo.
Per sopravvivere al dolore, alla paura e alla morte che incrociamo nei corridoi, ci costruiamo una corazza. Ci diciamo: “Si è sempre fatto così”. Alziamo muri di protocolli rigidi e ci rifugiamo in silenzi freddi, in automatismi disfunzionali, convinti che l’anestesia emotiva ci proteggerà dal crollo. Ma il Modello di Counseling e Coaching Strategico ci insegna una dura verità: cercare di imprigionare le nostre emozioni con la razionalità è come voler fermare la piena di un fiume spingendo l’acqua a mani nude. Prima o poi, sotto la pressione del non detto, la diga crolla.
Il tentativo esasperato di controllare l’ansia e il dolore produce l’effetto paradossale di farci perdere completamente il controllo questa è l’Illusione della Corazza.
Diventiamo bruschi, cinici, assenti. E così, senza accorgercene, il nostro stesso dialogo interiore diventa un veleno, un “effetto nocebo” autoinflitto che logora le nostre energie e ci consuma.
Tutto questo non è solo un costrutto psicologico, ma un fatto biologico inequivocabile. La moderna Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) ha dimostrato che mente, corpo, sistema immunitario ed endocrino sono un’unità indissolubile in continua interazione. Quando il nostro spirito soffre, quando blocchiamo la paura o fingiamo di non sentire la stanchezza, il nostro organismo secerne molecole di stress che spengono le nostre difese. La chiusura non ci salva dal burnout anzi ci accompagna dolcemente verso l’esaurimento.
Nel mio lavoro di Counselor Coach Strategico, l’emergenza che tratto è quella emotiva. Non basta che il cuore batta, bisogna che quel battito non sia ritmato solo dal senso del dovere o dall’ansia. Le nostre emozioni primarie – anche il dolore e la rabbia – sono come una belva selvaggia, una “tigre interiore”. Non possiamo sfuggirle, né rinchiuderla in un recinto. Dobbiamo farcela amica.
Accogliere la vulnerabilità non è debolezza. Per guarire la ferita dobbiamo attraversarla, perché come scriveva Robert Frost: “Se ne vuoi venire fuori devi passarci nel mezzo”. Solo concedendoci spazi per sentire il dolore, possiamo trasformarlo in un’esperienza catartica, riuscendo, come in un’antica magia, a “trasformare le lacrime in perle”.
E tu, collega, essere umano? Quanto spesso ti fermi a guardare oltre il monitor per ascoltare i tuoi “parametri emotivi”? Non aspettare di essere in apnea per scoprire di avere bisogno d’aria. Riprendi in mano il timone del tuo sentire: ogni giorno conta, scegli la strada che ti restituisce energia.
Per approfondire il mio Modello di intervento puoi visitare la pagina principale Raffaella Martini


